Mario Guadalupi

//Mario Guadalupi

Mario Guadalupi

L’autore si descrive così:

Mia Madre è nata a Praga e mio padre a Venezia. Dunque sono stato generato da una città di fiaba e una città di poesia. Il mio sangue e il cognome che porto sono di etimologia araba-spagnola, sono allora un meticcio europeo, caso abbastanza raro. Ho scritto uno strepitoso poema epico in prosa, tra fiaba e poesia, che, forse, solo alcuni riusciranno a leggere, in questo secolo. (Ovvero, come direbbe Friedrich Nietzsche: “Questo libro è riservato a pochissimi. Forse nemmeno uno di essi è ancora nato”). Fra duemila anni una vecchia copia reperita tra gli annali di qualche logora biblioteca universitaria farà dire: “Accidenti” i nostri antenati erano pazzi, non era una diceria. Non credo nella realtà, sono ormai troppo vecchio per darle retta, al massimo le concedo una cortese attenzione. Credo solo nell’amore e nella bellezza. “Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare” Così affermava Von Balthasar. Cosicché “Attendo che la bellezza venga ad illuminare un giorno i muri sordidi della mia quotidiana prigione” alla maniera di Ionesco. Comunque l’amare la bellezza mi ha conservato giovane. “La giovinezza è felice perché ha la capacità di vedere la bellezza. Chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio” Franz Kafka e come Simone Weil “L’inclinazione naturale dell’anima ad amare la bellezza è la trappola che Dio tende più frequentemente per conquistarla e per renderla accessibile al respiro divino proveniente dall’alto dei cieli”. Mio padre è morto quando ero piccolo piccolo e sono stato allevato da due donne – nonna e madre – e vissuto tra due sorelle. Sono sposato da 44 anni sempre con la stessa donna. L’universo femminile è il terreno solido e sicuro delle mie intime radici anche perché, misteriosamente, le donne si confidano con me, e questo mi piace. Mi piace meno che quelle che si confidano non facciano sesso, sic e sig. Il lavoro, i 44 anni di matrimonio, i tre figli maschi e le migliaia di libri letti mi hanno insegnato così tanto della vita che adesso la racconto, così come la vedo io. Purtroppo ho avuto carissimi indimenticabili splendidi amici suicidi. Nella bellezza e nella felicità traspare la luce e la divinità ed è questo l’unico motivo che mi convince a continuare a vivere e non ad andare a raggiungerli; anche perché, come diceva il principe Miškin; “ Mir spasët krasotà”, il Mondo sarà salvato dalla Bellezza. Altre ragioni non ho. Quando avrete la mia età e se sarete “bravini” lo capirete anche voi.

2018-06-13T12:00:24+00:00

Un commento

  1. admin ottobre 28, 2015 al 20:52

    Caro Mario, mi piacerebbe incontrarti e spero che possa accadere presto. Ovviamente non sarò a Milano venerdì prossimo ma sono certo che l’evento sarà un successo. Ho letto il tuo libro due volte. Mi avevi detto … si legge in tre ore, magari in treno. Beh, può darsi ma dipende da chi lo legge e da quanto si vogliono approfondire i messaggi nascosti tra le righe e nelle parole. Il libro fa sentire colti gli ignoranti e ignoranti i colti. I primi si riconoscono nei luoghi, nei locali, sono attratti dal lato torbido della vicenda, i secondi cercano con difficoltà di indagare sul viaggio metafisico che in effetti è la vera trama del romanzo. E’ un fiume nascosto, wad al luben, Semplicemente Guadalupe, che scorre dall’inizio alla fine e non finisce mai. E’ una bellissima storia d’amore dove l’omosessualità è solo contingente, non è il contenuto ma il veicolo che lo trasporta. L’analisi introspettiva dei personaggi evoca anche il concetto di doppelgager, di noi e del contrario di noi, dell’ancestrale spinta verso la conoscenza e del desiderio di rifiutare la realtà. Il finale in particolar modo è pervaso da un sottile senso di autolesionismo nietzschiano. Venezia è immanente, la sua nebbia e il suo odore sono ovunque. Non a caso è il luogo dell’inizio e della fine del romanzo. Il capitolo l’isola di San Michele mi richiama una lirica, poco nota, che era il pezzo forte di Tito Gobbi: visione veneziana. Si, il tuo libro è baritonale, non esce dalla gola ma dal profondo del cuore.
    Un abbraccio e a presto.

    Mario Gorga

Scrivi un commento